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Komagata, la carta meravigliosa

C’è un libro che cresce. Pagina dopo pagina, con il ritmo delle stagioni, un piccolo albero di carta nasce, si ramifica, invecchia e muore — e poi, nell’ultima pagina, un seme. In occasione dell’uscita di Piccolo Albero, il capolavoro forse più commovente di Katsumi Komagata, pubblichiamo la prefazione che Stefano Salis ha scritto per noi in occasione dell’uscita di The Books of Katsumi Komagata: il testo che spiega meglio di qualsiasi altro perché questi libri non si dimenticano mai.

19 maggio 2026

Ogni volta è la prima volta. Se dovessi indicare quale, tra i tanti prodigi che si scatenano quando si ha a che fare con i libri e le creazioni di Katsumi Komagata, forse la strada da percorrere più giusta e sensata mi sembrerebbe questa.

Per coloro che non conoscono i suoi lavori, la sensazione di meraviglia che provoca sfogliare, leggere, toccare, memorizzare un suo libro, è certamente la prima e più evidente prova tangibile dell’effetto che fanno. Ma, questo, diventa un aspetto secondario, a ben guardare, quando, una volta stregati dalle sue magie di carta – e ciò succede esattamente, millimetricamente, già dalla prima volta che le apriamo – siamo portati a rifare l’esperienza.

Ecco: posso giurare di avere visto, sfogliato, ammirato, toccato centinaia di volte i suoi libri e la vera, grande magia è, appunto, che è sempre la prima volta. Perfettamente consapevoli di cosa accadrà, abituati al ‘gioco’, memori delle precedenti esperienze: eppure i libri di Komagata sprigionano una intatta verginità concettuale e materiale ogni singola volta che vengono sfogliati.

Cosa c’è, dunque, di così magico nei suoi lavori? Provo a definirlo in poche parole. Komagata è un caso raro di sperimentatore molto consapevole dell’essenza del libro.

Non ha bisogno delle parole, forse nemmeno dei colori: la sua abilità estrema nel gioco degli intagli e delle superfici cangianti, la sua grande capacità di rendere tattile un percorso emozionale (e viceversa) si sposa con la sua precisione nel mettere esattamente quello che ci vuole e nemmeno un elemento in più, in nome di una sintesi che è formale e filosofica (lasciando al campo della nostra immaginazione, più o meno grande, il compito di produrre, ogni volta ciò che manca, ciò che completa e personalizza il percorso tracciato).

Queste abilità, insieme al suo insistere, lavoro dopo lavoro, in una essenziale ‘librità’, cioè nel proporre al lettore l’idea che il libro sia un oggetto completamente autosufficiente, una macchina per generare risposte, stimoli ed emozioni senza bisogno di altro che non il libro stesso, sono il grande segreto che si cela nelle sue poetiche creazioni.

Libri oltre le parole

Un universo di carta e carte, di curve e linee, di buchi e vuoti e pieni e colori e forme: niente trascura Komagata; ovviamente, quando ci vogliono, mette anche le parole, per raggiungere l’effetto desiderato. Stupire, meravigliare, fare riflettere e far fare esperienza. La cosa portentosa è che non sono per niente libri per bambini, i suoi, e meno che mai, libri gioco: sono condensati poetici delle domande che l’uomo da sempre si pone, proprio perché affrontano temi grandi e importanti, e sono resoconti precisi e nitidi delle nostre risposte, quelle, almeno, che riusciamo a dare.

I libri di Komagata indagano la struttura profonda della percezione del mondo che ci circonda: insegnano e ci lasciano imparare, insieme e ad un tempo; propongono risposte o lasciano aperte soluzioni immaginarie, aprono la mente e svelano al cuore verità che magari sappiamo, ma che impariamo troppo in fretta a occultare seppellendole dietro cumuli di parole, spesso (auto)ingannatrici.

Provo a spiegare con un esempio pratico, partendo da uno dei suoi capolavori (forse il più poetico, commovente e ‘immediato’, certamente a me il più caro, capolavoro) cosa intendo dire. Si tratta di Little Tree (Piccolo albero), il cui dispiegare delle pagine rispecchia la nostra esistenza.

Piccolo albero

In principio, non si nota. In mezzo alla neve, tra due fogli bianchi satinati e leggermente scabrosi ma soffici, nasce un piccolo albero. Una piramide, una escrescenza, proprio nella scriminatura tra le pagine.

Piano piano, pagina dopo pagina, con il ciclo delle stagioni, l’alberello cresce. Mette le foglie, sviluppa i rami, affronta la primavera, splende l’estate. Ecco gli autunni, le nevi, di nuovo, e l’albero cresce, cresce… Allunga le sue fronde, ora, tra le pagine; gli uccelli possono adesso fare il nido tra i suoi rami.

I colori, gialli potenti, arancioni emozionanti, verdi intensi, nerissimi notturni, notti buie e notti di stelle splendenti. La vita passa: l’albero invecchia e… muore. Chi torna a trovarlo, anno dopo anno, improvvisamente, non lo vede più.

Ma, nel silenzio della neve, è l’ultima pagina, un seme, infine, è andato da qualche parte, nella terra, e la vita ricomincia. La vita è una piccola piramide di carta tra due pagine bianche. La vita è un libro…

Il più degno allievo di Munari

La filosofia giapponese di Komagata, l’essenzialità della forma, che è sostanza, erano state notate subito da Bruno Munari, di cui possiamo dire senza troppa paura che è il più degno allievo.

Eppure, questo accostamento, che è stato fatto mille volte, mi convince fino a un certo punto. Komagata è un maestro che si muove in una direzione affine ma anche diversa da Munari: sebbene triangoli, tagli, figure geometriche, utilizzazioni di buchi nel testo siano anche il suo pane, a mio parere, è meno giocoso di Munari; ed è più poetico, più immediato, più concreto: Komagata usa il libro per esplorare significati tattili e modi di sapere che spesso non ci arrivano, se non intuitivamente.

La storia vuole che questo designer giapponese, nato nel 1953 nella provincia di Shizuoka, dopo premi da graphic designer ed esperienze americane abbia, con la nascita della figlia Aï (nel 1990), deciso di guardare al mondo con gli occhi di lei e di farci vedere, attraverso i libri, come i bambini, cioè noi, capiscono, apprendono, sorridono.

Come quando eravamo piccoli

È un viaggio straordinario, che oggi conta decine di titoli, e sicuramente non si tratta di libri (solo) per bambini. Il lavoro, instancabile e meritorio della libreria delle Tre Orse di Parigi per far conoscere e diffondere il verbo di Komagata è stato straordinario.

Perché l’apporto che Komagata ha dato al libro per bambini, se si vuole insistere su questo genere, è quello di una rivoluzione. I suoi libri sono, ancora più che da vedere, da toccare e usare. Maneggiare le sue creazioni, giocarci, renderle vive, accorgersi della bellezza tattile e sensoriale che danno, una gioia fatta di carta, poesia e apprendimento è l’omaggio migliore che possiamo fare al suo genio.

Nascita, morte, la stessa venuta al mondo, il movimento, l’evidenza, il nascondimento. Un mondo fatto di nuvole, di pioggia, di animali, di figure astratte e concretissime. Komagata non si nega nulla, perché non teme di affrontare nessun argomento. Con piglio sempre nuovo, sorprendente, meraviglioso. E con l’intenzione, nascosta ma non troppo, che è bello riscoprire le verità che esso ci
riserva, ogni volta come fosse la prima.

Fidatevi: se non avete i suoi libri, procurateveli. Se li avete già, risfogliateli. Sarà come ritrovare dei vecchi, fedeli amici, sarà come ricordarsi di quando eravamo piccoli e l’universo ci svelava sorprese ad ogni refolo di vento, ad ogni prato fiorito, ad ogni nuvola, ad ogni temporale.

Con i libri di Komagata non è che ritorniamo bambini, ci ricordiamo come è esserlo, ora che siamo grandi. Ed è un ritrovare il nostro io più profondo e puro. L’avreste detto che la carta, la semplice carta, poteva fare un miracolo così intenso, e ripeterlo per tante volte?

Stefano Salis è giornalista e caporedattore del Sole 24 Ore, dove è responsabile della pagina dei Commenti e del supplemento Domenica. Si occupa di bibliofilia, editoria, arte, design e letteratura.