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The Picture Man

È un’esistenza ricca di colpi di scena quella di Gusmano Cesaretti, celebre fotografo italiano naturalizzato statunitense. Vogliamo ripercorrerne una breve parte tramite l’intervista realizzata nel 2018 dal fotografo e direttore creativo Stefano Lemon.
Questo è un estratto della conversazione originale, trascritto e pubblicato nel nostro volume «The Picture Man».

L’America

E a un certo punto hai deciso di partire.

Mio padre mi ha comprato un biglietto di sola andata per la nave da Genova a New York City. Nel novembre 1963 ho lasciato Lucca: ho ancora davanti agli occhi l’immagine di mio padre che mi saluta con la mano mentre il mio amico Loreno, mia madre, mia zia ed io partivamo in Fiat 600 verso Genova.

Così sono salito a bordo e ho navigato, da solo, per undici giorni. Ci siamo tenuti in contatto solo tramite lettera. Ci sono voluti anni prima che riuscissimo a rivederci.
Undici giorni dopo sono arrivato a New York. Nello stesso momento in cui sono sceso dalla nave e ho appoggiato i piedi sul suolo di New York, J.F. Kennedy veniva ammazzato. Il presidente Kennedy fu ucciso alle 12:30 Central Time (13:30 ora di New York) del 22 novembre 1963. Sono partito l’11 novembre e sono arrivato a New York il 22 alle 13:30. Lo stesso giorno e alla stessa ora in cui è stato assassinato Kennedy.

L’arrivo di Gusmano a New York, 1963

È incredibile.

Sì, incredibile. Davano tutti di matto. Gli interi Stati Uniti d’America stavano impazzendo. Il tizio alla dogana non mi ha nemmeno guardato. Ha semplicemente timbrato il mio passaporto e ha detto «Avanti il prossimo!». Per tutta la giornata la gente non ha fatto altro che piangere e urlare davanti ai negozi di TV: «Hanno ucciso Kennedy… Hanno ucciso Kennedy». Ti rendi conto?

La prima sera a New York ho voluto andare subito all’Apollo Theatre di Harlem. Il tassista non voleva portarmi lì perché aveva paura di guidare in quel quartiere, quindi mi ha lasciato a qualche isolato di distanza, indicandomi la direzione che dovevo prendere.
Quando sono arrivato, ho notato un’enorme folla che aspettava in fila per entrare. Ero l’unico bianco e non parlavo una parola di inglese. Una volta dentro ho immediatamente percepito la magia del luogo. Mi trovavo davanti a una grande orchestra che suonava la stessa musica jazz che ascoltavo alla radio in Italia. C’era Marvin Gaye che cantava What Kind of Fool I Am. Un sogno diventato realtà.

Nei giorni successivi ho trascorso il mio tempo girovagando per la città, affascinato dagli imponenti grattacieli. Questo nuovo mondo davanti ai miei occhi mi stava dando l’energia che cercavo. Sono rimasto a New York solo un paio di settimane e poi sono andato a Chicago, dove vivevano alcuni miei parenti. Mio zio mi ha trovato un lavoro in un ristorante italiano. Era amico del proprietario, Alfredo. Un giorno mentre mi stava accompagnando in macchina al lavoro, mi dice: «Gusmano, aspettami qui». È entrato in un edificio ed è tornato con una patente con il mio nome sopra. «Ora puoi guidare».

Il primo passo per diventare un vero americano…

[Sorride] Sì! Una patente nuova in soli dieci minuti. Quindi mi ha portato in questo ristorante a tre piani chiamato The Italian Village. Si trova accanto alla Willis Tower dal 1927. Il proprietario era emigrato da Firenze a Chicago negli anni Venti. Mi hanno messo nel seminterrato, chiamato La Cantina, a fare tutta una serie di cose molto semplici. Lavoravo con un gruppo di neri, sbucciavamo patate, lavavamo i piatti. Questo genere di cose.
A quel tempo non parlavo una parola di inglese. Quindi, tecnicamente ho iniziato a impararlo da loro, assimilando il modo in cui parlavano e in cui si comportavano. Venivano tutti dal Sud. In quel momento Chicago era un po’ più aperta nei confronti dei neri rispetto alle altre città. Lì ho incontrato Ray, un ragazzo veramente forte di Southside Chicago. Aveva vent’anni, io solo diciannove. Faceva sollevamento pesi, si allenava sollevandomi per aria con le braccia.

Un giorno Alfredo è venuto da me e mi ha detto: «Gusmano, c’è un gruppo di italiani che vengono qui a mangiare ogni giovedì sera. A loro piacerà l’idea che anche tu sia italiano. So che non conosci molto l’inglese, ma voglio che tu sia il loro cameriere». Giovedì sera venti persone sono venute al ristorante. Ben vestite, ben pettinate, con gli occhiali da sole e un’aria da duri. Niente sorrisi. Erano tutti discendenti di italiani, ma solo un anziano parlava veramente l’italiano. Non ricordo il suo nome. Ogni volta che venivano a cena mi davano cento dollari di mancia. Dopo cena di solito passavano due ore a discutere dei loro affari. Era interessante ascoltarli: parlavano di soldi, nomi e negozi in varie zone della città.
Dopo qualche mese, una sera il vecchio mi ha detto: «Gusmano, vieni qui, ti voglio parlare. Siediti».

Parlava con un forte accento dell’Italia meridionale… mescolando italiano e inglese: «Sei un bravo ragazzo Gusmano, sei sveglio. Sei un tipo giusto. Vieni a lavorare con noi». «Cosa devo fare?», ho chiesto. «Ehi Roberto…» ha detto rivolto a un altro ragazzo. «Lunedì porta Gusmano a fare un giro. Insegnagli a guidare una Lincoln Continental». Quella era l’auto che le famiglie mafiose usavano a Chicago al tempo. Poi mi hanno comprato un abito e mi hanno mandato a tagliarmi i capelli. Così ho iniziato ad andare in giro con questo Roberto… mentre guidavo mi diceva: «Vedi questa pizzeria? È chiusa, vai nel retro, lì c’è un tipo con una scatola. Mettila in macchina, devi portarla in un’altra pizzeria. Non devi sapere cosa c’è dentro. Nella pizzeria non c’è nessuno, devi ricordati solo l’insegna con la pizza. Segui questi semplici regole e sei a posto».

Lo abbiamo fatto per un paio di mesi, ma un giorno ho raccontato al mio amico Ray cosa stavo facendo e lui è andato fuori di testa: «Gusmano, non incasinarti la vita. Non farti coinvolgere da quella gente. Quella è la mafia italiana che controlla Chicago e tu stai lavorando per loro». Ho scoperto che facevano tutti parte di famiglie mafiose e che il vecchio era un gangster di primo piano. Il mio amico Ray mi ha salvato la vita. Gli devo molto.

Non volevo problemi, così sono tornato al ristorante e ho detto ad Alfredo che lasciavo il lavoro, volevo fare altre cose. Quando mio zio è venuto a saperlo mi ha cacciato di casa perché aveva contatti con quella gente attraverso il ristorante, ma non so esattamente in che modo. In ogni caso, con le loro mance ho comprato la mia prima auto. Non avevo più un lavoro, non avevo un posto in cui stare ed ero solo negli Stati Uniti a diciannove anni. Ero solo un ragazzino.

Così sono rimasto con la famiglia di Ray per quasi sette mesi a South Side Chicago, 67a strada. Non c’erano bianchi nel quartiere. Mi ha presentato a tutti. Era come un fratello per me. Avevo bisogno di sentirmi a casa in qualche modo così ogni domenica cucinavo la pasta per sua madre e le sue due bellissime sorelle. Poi ho trovato lavoro in un altro ristorante e anche in una galleria d’arte. Quando non lavoravo, andavo nelle librerie, nelle biblioteche a guardare riviste e fotografie. Non controllavo nemmeno il nome del fotografo, le guardavo e basta.

Un giorno, nel 1965, ho comprato un piccolo sviluppatore, ho organizzato una piccola camera oscura nella cucina dell’appartamento in cui abitavo e ho iniziato a stampare. Ogni notte stavo sveglio fino alle tre o alle quattro a stampare foto su foto, tutta la notte. Non erano tutte buone, stavo solo imparando. Stampavo più volte la stessa immagine per sperimentare metodi e risultati diversi.

Come sei finito a Los Angeles?

Ho vissuto a Chicago per sei anni e poi nel 1969 mi sono trasferito a LA. Chicago era dannatamente fredda e non ce la facevo più. Ne avevo abbastanza. Los Angeles era il mio vero sogno perché adoravo i film con Steve McQueen e Marlon Brando. Amavo tutti i grandi attori, le location californiane e poi ho bisogno del sole quasi tutti i giorni, altrimenti mi sento depresso. Quando sono arrivato a Los Angeles mi sono detto: «Sarò un fotografo proprio qui e ora». Non importava come. Pensavo che tra la fotografia e il cinema si potessero creare delle connessioni, come in una relazione felice. Per questo sono venuto a Los Angeles, all’inizio vivevo appena fuori Hollywood, ma non mi piaceva così mi sono trasferito qui a South Pasadena.

Quando hai iniziato a considerarti un fotografo?

Ho iniziato a fotografare sul serio nel 1968, quando stavo a Chicago. Chicago è stato il mio campo di addestramento, il mio primo approccio alla cultura della strada e alla fotografia ma a Los Angeles ho iniziato ad esprimermi davvero.

Nel 1970 andavo tutti i giorni alla Huntington Library a San Marino perché mi piaceva moltissimo. Ci trovavo collezioni d’arte europea e americana. Avevano anche un giardino botanico che occupava circa 48 ettari con piante da tutto il mondo. Bellissimo! Poi un giorno ho chiesto al tipo che stava là: «Avete bisogno di aiuto? Adoro questo posto. Cerco un lavoro, poterò i cespugli… qualunque cosa». Il ragazzo mi ha chiesto che tipo di lavoro stavo cercando e gli ho risposto: «Sono un fotografo ma mi piacerebbe lavorare nel giardino». Era tutto interessante per me. Ha replicato: «Bene, abbiamo bisogno di qualcuno nel reparto fotografico». Ho lavorato lì per tre anni fotografando piante e fiori. C’era anche un giardino cinese con dei bonsai.

Frank Reinhardt era un insegnante incredibile e anche un grande fotografo. Mi ha insegnato tutto sulla fotografia, dallo sviluppo delle pellicole, alla stampa, a come personalizzare gli sviluppatori. Trascorrevo ore nella camera oscura, stampando almeno cinquanta immagini al giorno. Era la migliore scuola di fotografia del mondo e un’esperienza meravigliosa. Lavoravo là di giorno e alla sera avevo tempo di scoprire la città. Avevo una piccola Volkswagen e ci andavo ovunque.

Ho scoperto di essere più attratto dalla zona est di Los Angeles. La trovavo più autentica. Lì le persone camminavano, mangiavano, si rincorrevano, cantavano, litigavano… c’erano dipinti e graffiti sui muri degli edifici… Così mi sono detto dovevo conoscere meglio quel luogo. Parlavo e parlavo. Ho passato moltissimo tempo a chiacchierare con la gente. Le persone erano molto accoglienti.

Ho sempre mescolato l’italiano con lo spagnolo. Ho iniziato a interessarmi ai graffiti sui muri e volevo scoprirne il significato. Un giorno ho incontrato un ragazzo, a Boyle Heights, mi ha portato a casa sua e mi ha presentato a tutta la sua famiglia. Erano tutti membri della gang più antica di Los Angeles: The White Fence. La gang esiste dagli anni Trenta, ma in quel periodo, gli anni Settanta, non aveva ancora a che fare con la droga. Le gang assomigliavano più a una comunità, una sorta di famiglia che si occupava di proteggere i propri cari.

Gusmano Cesaretti è un celebre fotografo italiano naturalizzato statunitense. Qui la bio.

Stefano Lemon un fotografo e direttore creativo che vive tra Italia e USA. Qui la bio.

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